Pasolini visto da lontano

Willem Dafoe si cala nei panni e nella psicologia di Pier Paolo Pasolini

Willem Dafoe si cala nei panni e nella psicologia di Pier Paolo Pasolini

Forse ci voleva proprio un regista americano per realizzare un film decente su Pier Paolo Pasolini. Forse occorreva un oceano di mezzo per consentire quel distacco, quell’oggettività che in Italia ancora non riusciamo ad avere quando ci accostiamo a quello che è probabilmente il più influente e importante intellettuale del Novecento italiano. Brutto a dirsi, ma non siamo ancora pronti a parlare di Pasolini, divisi in fazioni come da sempre siamo. In un’Italia per cinquant’anni divisa tra democristiani e comunisti, un personaggio disallineato come Pasolini non poteva non risultare urticante a tutti gli schieramenti. Odiato dai cattolici per lo scandalo della sua omosessualità, odiato dai fedeli alla linea del Pci per la sua indipendenza di pensiero (che sfocerà nel suo distaccamento dal Partito), dimenticato o mai davvero conosciuto dagli altri. Continua a leggere

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The Wolf of Wall Street (e la dimenticata arte del grottesco)

Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) durante una sobria riunione di lavoro

Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) durante una sobria riunione di lavoro

Che sua maestosità cinematografica Martin Scorsese sia il più grande tra i registi viventi lo si nota anche e soprattutto dalla disinvoltura con cui, superata la soglia dei settanta inverni, continua a provare (e riuscire, ma questo è quasi un elemento secondario) a esplorare territori nuovi, frequentando generi mai affrontati prima in carriera. E così, dopo aver diretto nel 2011 la sua prima favola di formazione con bambini protagonisti nel caloroso Hugo Cabret, per il suo successivo opus il regista newyorkese che da giovane è stato ad un metro dal farsi consacrare nell’ordine dei gesuiti ha scelto un genere per lui inedito: il grottesco.

Il problema è che tale genere a quanto pare è inedito anche per buona parte dei commentatori e dei critici cinematografici che popolano le pagine dei maggiori quotidiani italiani, che in alcuni casi si sono avventurati in critiche tanto più assurde quanto più tese a rimproverare al regista alcuni tratti in realtà coerentissimi con il genere di film realizzato. Continua a leggere

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E se su Checco Zalone avesse ragione Brunetta?

Una scena del campione d'incassi Sole a Catinelle

Una scena del campione d’incassi Sole a Catinelle

Dato che è il caso socio-culturale del momento, ci sentiamo autorizzati a dire anche noi la nostra su Checco Zalone e sul successo senza precedenti raccolto nelle sale dai suoi film, ultimo dei quali Sole a Catinelle. Con un paio di non dovute e non richieste precisazioni preliminari: 1) a chi scrive non importa nulla di apparire radical-chic o snob o qualunque neologismo vogliate inventare per bollare quelli a cui la comicità “del popolo” non fa ridere; 2) chi scrive non considera il consenso di massa in sé un valore, e obiezioni come “se ha successo vuol dire che ha creato qualcosa che il pubblico desidera” verranno immediatamente respinte al mittente prendendo come esempi Berlusconi e Hitler.

Detto questo, se avete letto queste prime righe e nonostante tutto state continuando a scorrere questo articolo, vuol dire che siete intenzionati a sentire motivare un’opinione, ed è quello che tenteremo di fare. Continua a leggere

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Del perché Luciana Littizzetto è più dannosa di Emilio Fede per la crescita culturale, politica e spirituale degli italiani

Luciana Littizzetto in uno dei suoi monologhi televisivi

Luciana Littizzetto in uno dei suoi monologhi televisivi

Che il salotto televisivo di Fabio Fazio sia diventato un punto di riferimento culturale per tutto un mondo che si riconosce nell’attuale centro-sinistra (senza per forza essere radical-chic, il che tuttavia aiuta) ormai è risaputo. L’estrema debolezza con cui il conduttore-demiurgo gestisce le tematiche affrontate – che spesso meriterebbero ben altro approfondimento ed invece restano tristemente in superficie – anche. Di Fazio è stato detto tutto: buonista, timoroso di ogni conflitto, attento a non inimicarsi l’interlocutore anche a costo di farsi mettere i piedi in testa (esemplare l’intervista a Renato Brunetta di qualche settimana fa, quella della querelle sui compensi del Nostro, in cui Brunetta ha di fatto imposto la scaletta dei temi da toccare). Chi scrive ha sempre avuto l’impressione di un programma non all’altezza dei suoi contenuti, dei suoi ospiti (perché portare in tv gente come Gore Vidal, Mario Monicelli, don Andrea Gallo, Dario Fo, Enzo Biagi, Corrado Guzzanti, Marco Paolini o Sandro Luporini è senz’altro un merito, a patto poi di fargli domande, che sarebbe il requisito base di ogni giornalista). Ma del resto Fazio un giornalista non è; è un anchorman che nasce imitatore, diventa conduttore di successo (il suo Quelli che il calcio era un gioiello, anche per la sapienza con cui lui gestiva i contenuti) e a un certo punto della carriera sacrifica ogni altra avventura televisiva per diventare sacerdote di quel rituale che è Che tempo che fa.

Intendiamoci, non è una colpa scegliere il buffetto amichevole invece del cazzotto. È una linea editoriale, che il pubblico sceglie se sposare o meno. Quello che però è forse il difetto più grande di Fazio sta nella sua capacità di “normalizzare”, rendendoli innocui, anche i suoi co-autori, e in generale tutti quelli che collaborano al suo programma. Anche e soprattutto coloro che prima di entrare in quella cattedrale laica avevano unghie ben più affilate. Continua a leggere

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Rush

Chris Hemsworth e Daniel Bruhl sono James Hunt e Niki Lauda in 'Rush'

Chris Hemsworth e Daniel Bruhl sono James Hunt e Niki Lauda in ‘Rush’

Dopo Frost/Nixon, un’altra storia vera risalente alla fine degli anni Settanta. E soprattutto, dopo Frost/Nixon, un altro duello – a metà tra la partita a scacchi e la tenzone cavalleresca – tra personalità che più antitetiche non si potrebbero immaginare. È un cinema di personaggi che diventano persone quello di Ron Howard, di grandi nomi che nascondono tensioni contrastanti e lati oscuri raramente indagati. Continua a leggere

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La musica del cinema

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The Hangover – la saga

Ed Helms, Bradley Cooper e Zach Galifianakis, il "branco" della saga di Todd Phillips.

Ed Helms, Bradley Cooper e Zach Galifianakis, il “branco” della saga di Todd Phillips.

Dopo aver girato La Dolce Vita si dice che Fellini volesse dare un taglio definitivo con la macchina da presa. Cosa mai avrebbe potuto regalare al pubblico uno che aveva messo in piedi il più efficace e nitido quadro di quella che era e sarebbe stata l’Itali(ett)a dei prossimi 50 anni? Fortunatamente il corso degli eventi prese una strana curva e ne venne fuori il più grande film italiano di sempre, ma questo, come sempre, è un altro discorso.

Di Fellini non ne passano molti, anzi. Però diciamo pure una roba che non vuole sminuire minimamente il regista riminese nato sul treno in corsa: gli anni ’60 erano proprio un bel periodo per sfornare capolavori, di qualunque genere questi fossero. Dylan si muoveva verso il Greenwich Village, gli scarafaggi volavano verso Amburgo con un batterista in meno ma qualche idea da mettere in musica e – diciamocelo pure – nel ventaglio del pensiero umano, qualcosa da dire era rimasto ancora.

Premessa che ha tutta l’aria di essere una ruffianata non necessaria, ma che in realtà si adatta molto al film di cui andiamo a parlare in questa sede. Continua a leggere

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